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APERITIVI LETTERARI
Album di famiglia di Nando Dalla Chiesa Trentacinque brevi colloqui immaginati con gli affetti di quattro generazioni. Un album-romanzo sfogliato partendo da un oggetto, un luogo, una frase, un episodio, una foto, un ricordo. Per render conto di come una famiglia ha affrontato la sua pubblica storia, così che anche questa possa essere riletta con qualche sfumatura in più. E per raccontare come, grazie e dentro a questa fitta rete di affetti, alcuni valori di fondo si sono trasmessi attraverso gli sconvolgimenti sociali e politici di un secolo intero. dalle generazioni dell'ultimo Ottocento fino a quelle del Duemila. da chi conobbe entrambe le guerre a chi venne educato sotto il fascismo e scelse la Resistenza. da chi divenne adulto con il Sessantotto a chi fece la prima comunione il giorno dopo l'assassinio di Falcone. Perché, pur nei grandi cambiamenti e al di là dei conflitti tra padri e figli, alla fine la famiglia trasmette i suoi valori e fa scegliere come camminare con gli altri. E insegna a stare in quella che con troppa deferenza chiamiamo la storia.
NANDO DALLA CHIESA insegna Sociologia della criminalità organizzata all'Università Statale di Milano. Già parlamentare e sottosegretario, è editorialista dell'«Unità» e di «Europa» e presidente onorario dell'associazione Libera. Tra le altre opere ha pubblicato Storie (1990), Il giudice ragazzino (1992, da cui è stato tratto l'omonimo film), La politica della doppiezza (1996) e Storie eretiche di cittadini per bene (1999).
Il terrore corre sul video. Estetica della violenza dalle BR ad Al Qaeda di Christian Uva
La “multivisione” delle torri crollanti dell’11 settembre; le videoesecuzioni di ostaggi scandite dalle letture di lugubri proclami jihadisti; la saga audiovisiva dei messaggi di Bin Laden. E poi, ancora, i videotestamenti dei kamikaze prossimi al martirio; le foto digitali dei prigionieri seviziati dai soldati americani ad Abu Ghraib; l’impiccagione di Saddam Hussein ripresa da un telefonino; ma anche l’arcaico video VHS del processo proletario condotto più di venticinque anni fa dalle Brigate Rosse a Roberto Peci. Sono tutti elementi di un immaginario che la routine dell’informazione, da un lato, e la produzione di fiction, dall’altro, hanno sempre più consolidato e reso quotidiano. Simili immagini fondano la propria incisività sulla capacità di dissimulare, dietro un’apparente casualità e “sporcizia” estetica, una precisa consapevolezza dei mezzi impiegati da parte dei loro artefici. Paradigmatica è in questo senso l’attuale produzione audiovisiva del terrorismo islamico in cui è l’essenza dell’immagine video, la sua incorporea natura di flusso in grado di abbattere qualsiasi barriera spazio-temporale, a offrirsi quale risorsa straordinariamente adatta a incunearsi nelle crepe più sottili dell’immaginario occidentale. Questo volume intende mettere a nudo i tratti salienti di quella che si sta profilando come una vera e propria “estetica del terrore”, facendo riferimento ad alcuni casi esemplari accomunati dall’uso strumentale dell’immagine elettronica da parte di gruppi armati di matrice anche estremamente diversa, senza tralasciare la sempre più nutrita schiera di opere cinematografiche nelle quali le diverse forme assunte dal videoterrorismo diventano motivo per una riflessione di natura etica ed estetica. L’avvento dell’era digitale ha portato del resto a compimento un processo che vede oggi gli estremisti assumere, a tutti gli effetti, il ruolo di veri e propri registi specializzati in quel nuovo genere chiamato terrore, avendo ben compreso che, come sostiene Paul Virilio, «i più moderni mezzi di comunicazione di massa sono ormai vere armi di distruzione di massa».
CHRISTIAN UVA è Ricercatore presso l'Università Roma Tre dove insegna Istituzioni di Storia e Critica del Cinema e Teorie e pratiche del cinema digitale. Ha scritto saggi sul cinema contemporaneo per riviste e testi collettanei; collabora con la rivista internazionale The Italianist: Film di cui è anche membro del comitato editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi Il digitale nella regia (Audino, 2004), Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano (Rubbettino, 2007) e Impronte digitali. Il cinema e le sue immagini tra regime fotografico e tecnologia numerica (Bulzoni, 2009). Ha realizzato numerosi speciali televisivi per i canali RaiSat ed è stato aiuto regista di Roman Polanski nello spettacolo Amadeus.
La Banda Baader Meinhof di Edel Udi. Con libretto Lo spettacolo della violenza. Terrorismo tedesco e cinema a cura di Benedetta Tobagi di Edel Udi
Giugno 1967. La nota giornalista di sinistra Ulrike Meinhof decide di trasferirsi per seguire da vicino i moti di rivolta che stanno sconvolgendo Berlino. Ulrike presto si trova coinvolta nell'azione armata che libera dal carcere il giovane leader Andreas Baader: è per lei l'entrata definitiva in clandestinità. Insieme con Baader e Ensslin, Meinhof fonda la "Rote Armee Fraktion" con lo scopo di diffondere la resistenza armata e l'azione terrorista. Il gruppo da l'avvio a una serie di rapine in banca e mette in atto un gran numero di attentati violenti e mortali. Il capo della polizia della Germania federale Horst Herold oppone al gruppo un gigantesco apparato di polizia che nel 1972 riesce a catturare Baader, Ensslin e Meinhof insieme con altri membri della Raf. Ma dal carcere il gruppo riesce a guadagnare un reale potere politico. La gente, in misura sempre crescente, dimostra di sostenere la loro causa e l'organizzazione fa nuovi proseliti. All'interno del gruppo, però, i motivi di tensione aumentano. Nel maggio 1976 Ulrike Meinhof si suicida nella sua cella. L'ultimo atto è vicino: due spettacolari azioni della Raf, ossia il rapimento di un noto industriale e il dirottamento di un aereo, provocano la reazione dello stato: la frenetica ricerca dell'industriale resta vana, ma l'aereo viene liberato da una squadra antiterrorismo. La mattina successiva, Ensslin e Baader sono trovati morti nelle loro celle. Per ritorsione, la Raf uccide l'industriale.
Passione 1820 di Maurizio Ferrara e Franco Foschi
Settembre 1820: Jean-Loup Lagonnac, giovane pittore di talento e vincitore del Prix de Rome, giunge nella capitale. In breve tempo stringe amicizia con il duca Ottavio Torlonia, un giovane ribelle ma cinico, e si innamora, forse timidamente ricambiato, dell'affascinante Lucia, nipote del potente Segretario di Stato cardinal Consalvi. In quegli stessi giorni, lo scultore e allievo di Canova Cosimo Morandi - ex soldato in odor di Carboneria, dalla vita burrascosa e dal cuore generoso - è in fuga su una chiatta che trasporta marmi verso Roma: ricercato per aver ucciso in duello un nemico politico. I destini di questi personaggi si incrociano drammaticamente nei pressi del castello del duca Torlonia sul lago di Bracciano. Tra briganti e soldati, carbonari e calderai, artisti romantici e fatali nobildonne, la vicenda si fa sempre più intricata.
MAURIZIO FERRARA. E' nato in provincia di Frosinone e, dopo vari mestieri e vari traslochi (Perugia, Stoccarda, Roma, Amsterdam), da una quindicina di anni vive a Parigi, dove svolge il lavoro di traduttore letterario. Oltre a racconti apparsi in antologie, ha pubblicato il romanzo La scala per il cielo (Passigli 2000) e la raccolta di racconti in francese Septembre est le mois des ouragans (Benoît Jacob 2004).
FRANCO FOSCHI è nato a Bologna in pieno centro, dove ancora vive. Esercita con passione la professione di medico pediatra, quando possibile anche in giro per il mondo. Ha iniziato a pubblicare nel 1998 dopo alcune esperienze giornalistiche su varie riviste. Ha pubblicato libri di narrativa con gli editori Todaro, Mobydick e Hobby & Work. Conduce la rubrica di interviste a scrittori Leggere negli occhi sulla web-tv Arcoiris ed è membro dell’Associazione scrittori bolognesi.
 TerraPadre di Silvia Martufi
Di questo romanzo in bozze Walter Mauro scriveva: "Coinvolge il nodo tematico della memoria... obbedisce sostanzialmente alla esigenza della parola, intesa nelle sue significazioni più scarne, essenziali... un misterioso punto di incontro permette di utilizzare schemi e stilemi nuovi e diversi nella fruizione del ricordo, del tutto distaccato dall'uso consueto e logoro della nostalgia... l'intero tessuto narrativo si sviluppa e si distende su un terreno deprivato di punte sentimentali.."
SILVIA MARTUFI, di origine ciociara, è nata a Roma dove vive e lavora come psicologo analista. Ha scritto articoli e saggi scientifici, di critica letteraria e d’arte. Ha pubblicato le raccolte di poesia : Dal Sale (1997), Stagioni (2002), Leggero il tempo (2004, premio Libero de Libero), Fabula (2007, premio Penne 2007, premio Alfonso Gatto, giuria giovani 2008). Terrapadre è il suo primo romanzo.
Tragedia all'Italiana. Cinema e terrorismo tra Moro e memoria di Alan O'Leary
Cinema italiano e terrorismo: un rapporto prolifico, il cui risultato è sempre più oggetto di interesse per gli studiosi non solo italiani, come emerge chiaramente da questo libro e dalla sua bibliografia. Una produzione che attraversa più o meno tre decenni e che costituisce un’ulteriore chiave di lettura di uno dei fenomeni più controversi dell’Italia repubblicana. Quella di Alan O’Leary è un’analisi articolata, che esplora l’uso funzionale dei vari generi – dalla commedia al thriller, dal conspiracy al road movie – e il significato profondo dell’aderenza o del rifiuto delle convenzioni che caratterizzano ciascuno di essi. Tra tutte le forme di espressione, il cinema si rivela essere uno strumento privilegiato di lettura dell’evoluzione della coscienza collettiva degli italiani rispetto agli episodi traumatici che hanno segnato i nostri anni di piombo. Tra questi, il sequestro Moro ricopre – perlomeno a un livello simbolico – un ruolo chiave, che si riflette anche su opere non specificamente centrate su questo evento. Se non esiste un unico genere del terrorismo, è possibile però tracciare una periodizzazione della filmografia che evidenzia alcune fasi nel percorso di elaborazione del trauma, dallo shock iniziale di un paese paralizzato dalla paura fino ad arrivare agli interrogativi sulla reintegrazione dell’ex terrorista nella nazione. Il saggio prende in esame non solo tutte le opere che rientrano evidentemente nella produzione interessata, ma anche altri film che in qualche modo risentono dell’atmosfera e delle circostanze create dalla strategia della tensione. La trattazione evidenzia inoltre quanto la produzione dei nostri anni di piombo sia profondamente legata alle radici della cinematografia italiana.
ALAN O’LEARY insegna al Dipartimento di Italianistica all’Università di Leeds (Inghilterra). Il suo interesse per la cultura italiana nasce molto presto, dopo una prima laurea in Art and Social Context al Dartington College di Devon e un periodo di lavoro come scenografo. Tornato agli studi, si laurea in Italian and English Literature al Trinity College di Dublino. Trascorsi alcuni anni in Italia, decide di completare la sua formazione a Cambridge, dove consegue il dottorato mentre incomincia la sua attività di docente di letteratura e cultura italiane, specializzandosi in studi sul nostro cinema.
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Assegnati i premi della V edizione
29 Nov 2009
Inizia il festival con l'omaggio a Vittorio De Sica
20 Nov 2009
ANCORA APERTE LE ISCRIZIONI AL SEMINARIO
26 Sep 2009
Giuliano Montaldo: "Un festival che cresce"
11 Jul 2009
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